PIETRO DA CORTONA E L’IDEA BAROCCA DI PITTURA

Pietro-da-Cortona-Autoritratto_lasinodoroUn soffitto di circa 600 mq. Un salone degno di un re (o meglio di un papa). Un affresco tra il religioso e il profano, che potesse esaltare la famiglia Barberini. Questa fu la sfida che Pietro Berettini da Cortona dovette cogliere per divenire uno dei più illustri e stimati artisti del Seicento. Il risultato, anche a distanza di secoli, è stupefacente perché il Cortona è riuscito a mettere in scena una macchina decorativa che ricopre lo spazio della volta senza dare “tregua” all’occhio che vuole esplorarne ogni angolo, perché il tutto appare come una vibrante massa in movimento, in cui è pressoché impossibile trovare un punto fermo.

 

PIETRO DA CORTONA A PALAZZO BARBERINI

Le miriade di figure che popolano l’affresco sembrano quasi precipitare verso lo spettatore, grazie alla duplice spinta imposta a ciascuna di esse, che va dall’alto al basso e viceversa. Un espediente scenografico che troverà molta fortuna tra i contemporanei, dando il via a quella serie di pitture illusionistiche che caratterizzano molte opere romane e non solo. Pietro da Cortona, grazie anche al sodalizio artistico che lo legava da alcuni anni all’architetto di casa Barberini e cioè Gian Lorenzo Bernini, riuscì con estrema naturalezza ad affrescare in sette anni, tra il 1632 e il 1639, uno dei capolavori dell’arte barocca di tutti i tempi e a regalare ai facoltosi committenti un luogo degno della loro potenza.

 

 

 

LA DIVINA PROVVIDENZA E TUTTE LE ALTRE ALLEGORIE

Lo spazio della volta venne diviso in una grande scena centrale con l’allegoria della Divina Provvidenza attorniata dalle Parche, dal Tempo e dalle Virtù e da quattro scene separate da quella centrale tramite un fregio architettonico e medaglioni monocromi, sorretti da ignudi. Non mancano ovviamente anche animali simbolici quali il liocorno, il leone, l’ippogrifo, l’orso.

 

 

 

Anche le scene che proseguono sotto il fregio sono quattro: sui lati lunghi vi è l’allegoria della Pace in trono con il Furore incatenato e Ciclopi che forgiano armi; dall’altro lato la Religione, la Sapienza, la Lascivia e il Sileno ebbro; sui lati brevi Minerva che caccia i Giganti e Ercole che allontana le Arpie. Ovviamente tutta l’iconografia mirava ad esaltare le virtù di papa Urbano VIII Barberini e della sua famiglia, che avevano portato pace e prosperità tra il popolo grazie alla loro politica.

 

 

Il Cortona difese sempre l’idea che la raffigurazione dovesse essere paragonata ad un poema epico, ricco di episodi, che prima di essere riportati in pittura, dovevano essere ben progettati e disegnati in una miriade di bozzetti, per la gran parte purtroppo andati perduti. E’ innegabile infatti l’omogeneità dell’opera in ogni suo dettaglio, che Cortona dovette lungamente studiare insieme ai committenti e all’ideatore della macchina iconografica, cioè Francesco Bracciolini. Il lavoro, portato avanti con l’aiuto di alcuni suoi allievi, iniziò dalla cornice per arrivare poi al centro della volta: il procedimento usato sia nel disegno che nel colore è libero e inconsueto, passando dai toni chiarissimi alle tinte accese, con una particolare tecnica tipo “puntinismo”, che sovrapposto allo strato pittorico, creava un suggestivo effetto vibrato e cangiante.

Il successo dell’opera fu straordinario, come attestano le numerose riproduzioni e gli studi sia dei contemporanei che degli artisti successivi ed ebbe il merito di consacrare e imporre il genio del Cortona, creando anche un risentimento con l’amico e collega Bernini, forse preoccupato dal talento del suo ex protetto. Se ti abbiamo incuriosito, controlla il programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita guidata a Palazzo Barberini!