Che ormai da diversi anni il Carnevale sia stato relegato ad una semplice festa dedicata ai bambini è fatto noto a tutti, ma forse non tutti sanno che a Roma fino all’Ottocento, era in realtà uno dei momenti più sentiti e vissuti da tutta la popolazione e che in quel periodo ogni eccesso era concesso!

 

LA TRADIZIONE DEL CARNEVALE ROMANO

Come scrisse lo stesso Goethe infatti, “Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso”, sottolineando cioè la sua natura prettamente popolare e tradizionale. Ed è una lunga tradizione infatti quella del Carnevale, dato che generalmente si fa risalire agli antichi Saturnali romani: molti sono infatti i tratti in comune con questa antica festa che celebrava il dio Saturno e con esso il sovvertimento temporaneo e legittimato delle convenzioni sociali e dei ruoli precostituiti. Solo vivendo un momentaneo caos, infatti, si poteva riapprezzare l’ordine e la legge, ammettendo e giustificando così in modo consapevole le regole della vita comune. Ma non scordiamoci che le due festività hanno anche degli importanti tratti distintivi: cadono infatti in due momenti dell’anno diversi, l’una a Dicembre e l’altra a Febbraio, ma soprattutto non ci si può dimenticare che il Carnevale è una festa cristiana e come tale può essere compresa appieno solo legandola alla Quaresima, il periodo di penitenza e conversione che precede la Pasqua.

 

CELEBRAZIONI, FESTE, GIOCHI E MOLTO ALTRO ANCORA

Non a caso dunque Roma, la città del papa, divenne in passato l’emblema del Carnevale, riassumendone fedelmente per secoli tutti gli aspetti e le peculiarità. Come scrisse ancora Goethe “un semplice segnale autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permesso.” Ed ecco allora che la città diveniva per alcuni giorni teatro di spettacoli, feste, giochi, processioni, scherzi e tutto ciò che concorreva ad alimentare un clima di libertà e stramberia, compresa la moda di mascherarsi e camuffarsi. Solo divenendo in tutto e per tutto qualcosa di diverso da se stessi, si poteva veramente sovvertire il sistema e solo attraverso lo smascheramento quindi e il ritorno alla normalità si poteva riapprezzare appieno la normalità. La maschera dunque fungeva da alter ego ma anche da baluardo per non “perdersi veramente” in un mondo al contrario.

 

LE MASCHERE DEL CARNEVALE

rugantino_lasinodoro Ma quali erano le maschere preferite dai romani del tempo? La scelta era davvero vasta ed a parte alcune poche e semplici regole – come il divieto di vestirsi da ecclesiastico o da militare e gendarme per mantenere un minimo di decoro – tutto era concesso. Ed ecco che uomini si vestivano da donne, i nobili da straccioni, le persone comuni da principi o gentildonne affittando i costosi vestiti, e poi ancora medici, avvocati, saltimbanchi, zingare, matti, ciociare e così via. Tra le maschere della tradizione vi sono sicuramente quelle di Rugantino e Meo Patacca, cioè gli immancabili “bulli romani”, oppure Gambalunga, imbroglione e ciarlatano o ancora Cassandrino, giovanotto senese di buona famiglia ma di poca intelligenza.

Forse erano proprio i più poveri a stupire con le loro maschere improvvisate: ecco che un po’ di foglie di insalata cucite insieme diventavano un ottimo travestimento, così come le scorze di arancia rammendate sul corpo divenivano una maschera perfetta. Per quanto le autorità in questo periodo tendevano a lasciar correre più del normale, non era raro che il mattino seguente le notti di festa, lungo le strade o nel Tevere si rinvenisse un cadavere, morto ammazzato nella baldoria, utilizzata spesso dai malviventi come momento ideale per regolare qualche conto in sospeso.

 

LA CORSA DEI CAVALLI BERBERI

corsa dei barberi_lasinodoroIl Carnevale romano aveva il suo apice e la sua conclusione il Martedì Grasso, con la famosa corsa dei cavalli berberi che correvano all’impazzata da piazza del Popolo fino a piazza Venezia, lungo l’antica via Lata, l’attuale via del Corso, che proprio da questa usanza prese il nome. Al traguardo vi era il papa ad attendere, affacciato al balcone di Palazzo Venezia, mentre lungo la strada una grande folla incitava la corsa, che non si esauriva con i soli cavalli ma che vedeva protagonisti anche altri animali e purtroppo anche gli ebrei della città, scatenando l’ilarità del popolo.

 

IL GIOCO DEL MOCCOLETTO

Carnevale-Romano_lasinodoroInfine, la sera, c’era il gioco del “moccoletto”, cioè della candela che consisteva nel riuscire a spegnere la candela altrui, senza farsi spegnere la propria. E come scrisse Dickens: “ognuno dei presenti sembra animato da un solo proposito e cioè spegnere la candeletta degli altri e mantenere accesa la propria; e tutti, uomini, donne e ragazzi, signori e signore, principi e contadini, italiani e stranieri, vociano strillano e urlano incessantemente ai vinti in aria di canzonatura: ‘Senza moccolo! Senza moccolo!” Anche il linguaggio licenzioso e l’alternanza di luci ed ombre prodotte dalle candele nella notte sembrano far parte di un rituale ben studiato che accompagna le persone verso la fine di un periodo di eccessi e stravaganza, per lasciar spazio alla ritrovata normalità.