“Quando tornai a Roma dalla Gallia e dalla Spagna, sotto il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, portate felicemente a termine le imprese in quelle province, il Senato decretò che si dovesse consacrare un’ara alla Pace augustea nel Campo Marzio e ordinò che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero ogni anno un sacrificio”.

 

E’ con queste parole che Augusto nelle Res Gestae, suo testamento spirituale, ci ha tramandato la volontà del Senato di costruire un altare alla Pace, a seguito delle imprese da lui portate a termine a nord delle Alpi ed in Spagna, a cui si aggiungeva la fondazione di nuove colonie.

 

IL CAMPO MARZIO ALL’EPOCA DI OTTAVIANO AUGUSTO

L’altare, inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., fu eretto nel cuore del Campo Marzio proprio davanti alla meridiana innalzata da Augusto e non lontano dal grandioso mausoleo che l’imperatore aveva iniziato a costruire. Veniva così a trovarsi, non a caso, al centro del vasto pianoro sul quale tradizionalmente si svolgevano le manovre dell’esercito, della cavalleria e, in tempi più recenti, le esercitazioni ginniche della gioventù romana. Noi oggi la vediamo invece protetta dalla teca di Meier a ridosso del Tevere, poiché qui venne interamente ricostruita negli anni ‘30 del secolo scorso per volere di Mussolini, ma in origine doveva trovarsi alla spalle di Palazzo Montecitorio, più o meno all’altezza di piazza di San Lorenzo in Lucina.

 

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IL SIGNIFICATO DELLE RAFFIGURAZIONI SULL’ARA PACIS

L’altare diventò importantissimo anche per i potenti messaggi figurativi che furono rappresentati lungo i lati, suddivisi in due registri: quello inferiore vegetale, quello superiore figurato, con scene mitiche ai lati dei due ingressi e con un corteo di personaggi sui lati lunghi. Ai lati dell’ingresso principale, due importantissime raffigurazioni: a destra Enea che sacrifica ai Penati e a sinistra Romolo e Remo allattati dalla Lupa insieme a Marte e al pastore Faustolo. Si presentava così a tutti l’origine mitica della stessa Roma, da Enea a Romolo, facendo riferimento alla città di Alba Longa fondata da Iulo (l’Ascanio greco), capostipite della famiglia che diede i natali a Giulio Cesare e soprattutto Ottaviano Augusto, come raccontato nell’Eneide di Virgilio.

 

 

Da qui era possibile salire le scale e raggiungere la parte più sacra dell’altare, la mensa su cui si offrivano spoglie animali e vino, che occupa quasi totalmente lo spazio interno al recinto, dal quale è separato da uno stretto corridoio il cui pavimento si presenta leggermente inclinato verso l’esterno, in modo tale da favorire la fuoriuscita delle acque, sia piovane che dei lavacri successivi ai sacrifici, attraverso canalette di scolo aperte lungo il perimetro.

 

 

Sul retro, altri due pannelli figurati: da un lato la dea Roma e dall’altro una raffigurazione molto dibattuta tra gli studiosi: secondo alcuni la dea Tellus, la Terra madre; secondo altri Venere, madre divina di Enea e progenitrice della Gens Iulia; secondo altri ancora  la personificazione della Pax Augusta, la Pace, da cui l’altare prende nome.

 

 

 

IL CORTEO DELLA GENS GIULIA

Ben più rivoluzionario il corteo presentato sui due lati lunghi, pieno di uomini, donne e bambini ritratti mentre camminano in processione. Ecco che è così possibile riconoscere – sul lato verso il Mausoleo – lo stesso Augusto seguito dai quattro flamines maiores, sacerdoti dal caratteristico copricapo sormontato da una punta metallica.

 

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Seguono poi Agrippa con il figlio Gaio Cesare e la moglie Giulia, figlia di Ottaviano (o Livia) e dietro Tiberio (figlio di Livia e secondo imperatore). Subito dopo, chiudono il corteo, i gruppi familiari formati il primo da Antonia Minore, nipote di Augusto, da suo marito Druso e dal loro figlioletto Germanico e il secondo da Antonia Maggiore, nipote di Augusto, con il suo sposo, il console Lucio Domizio Enobarbo e i loro figli Domizia e Gneo Domizio Enobarbo, futuro padre di Nerone.

 

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Sull’altro lato, gli altri membri familiari e cioè Lucio Cesare, secondogenito di Agrippa e Giulia, seguito da Livia (o Giulia) e da Ottavia Minore, sorella di Augusto, gli altri personaggi non sono purtroppo riconoscibili.

 

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Molto interessante è però vedere gli atteggiamenti dei personaggi ritratti, molto intimi, semplici, di vita quotidiana: uomini e donne che si guardano, parlano, si voltano, bambini che si aggrappano alle vesti o che stringono le mani dei genitori. L’altare infatti serviva anche a presentare in maniera ufficiale al popolo la nuova famiglia appena salita al potere. E si scelse di farlo presentando Augusto realmente come princeps, e cioè come “primo tra pari”.

E l’altare bianco candido come appare a noi oggi, era molto diverso in antico, così pieno di colori!

 

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