Sant'Ivo alla Sapienza - Borromini - foto di Chiara Frigieri

 

In realtà mi chiamo Francesco Castelli, detto Borromini, perché la mia famiglia ha sempre avuto una grande devozione per San Carlo Borromeo, uno dei più importanti santi lombardi.

Io infatti sono nato nel 1599 a Bissone in Svizzera ma quando ero solo un bambino mio padre mi portò con sé a lavorare a Milano. Era architetto e in generale la mia famiglia era imparentata con importanti artisti del tempo, per cui mi venne naturale seguire queste orme e formarmi all’interno dei cantieri per il Duomo di Milano.

Francesco Borromini

Volevo dimostrare che il mio modo di fare architettura era sì diverso ma anche molto interessante

Sono sempre stato un tipo solitario, di poche parole: non ho mai amato la confusione, le feste e ciò che di solito divertiva gli altri. So di essere strano e bizzarro ma a me non è mai importato troppo di cosa pensino le persone. Volevo fare carriera, dimostrare che il mio modo di fare architettura era sì diverso ma anche molto interessante.

Così a soli vent’anni decisi di recarmi a Roma a piedi da Milano. Arrivato in città venni accolto da alcuni parenti che lì vivevano, tra cui un lontano zio di nome Carlo Maderno, architetto anche lui e molto richiesto dai nobili e papi. Qualcuno potrà pensare che sono il solito raccomandato, ma io non ho mai smesso di impegnarmi e di lavorare sodo per raggiungere il successo e la fama.

Quando mio zio Maderno morì, pensai davvero che i suoi cantieri potessero passare nelle mie mani e invece fu una dolorosa notizia veder diventare capo architetto Gian Lorenzo Bernini. Quanto dolore, quanti pianti! Avevamo già lavorato insieme io e lui e all’inizio le cose andavano anche abbastanza bene. Ma poi quella sua aria arrogante, quel suo sentirsi sempre superiore a tutto e a tutti… l’ho detestato come mai nessuno!

 

Francesco Borromini e Gian Lorenzo Berini

E’ vero, noi due insieme eravamo una fucina di idee e progetti unici, come ad esempio il baldacchino di San Pietro (immagino vi abbia detto “l’ho fatto ioooo!”) o Palazzo Barberini, dove ho realizzato una scala elicoidale (cioè una specie di scala a chiocciola ma più grande!) unica nel suo genere. Ma purtroppo non riuscivo a sopportare Bernini, oltre al fatto che ingiustamente prendeva sempre molti più soldi di me!

Immagino vi avrà anche già raccontato di quella volta che lo sbeffeggiai con le orecchie d’asino! E’ sì, perché il nostro artista, non di rado, commetteva qualche errorino e le sue costruzioni dovevano essere rifatte da capo! Lui era scultore prestato all’architettura, io ero architetto, puro, geniale! Mi sono dilettato anche nell’affresco di tanto in tanto ma nulla di davvero eccezionale, sono onesto.

Una mia grande passione è sempre stato invece il mondo esoterico, cioè misterioso, magico, pieno di significati nascosti: tutte le mie opere celano simboli e messaggi segreti! Ma non dirò una parola in più…

Piano piano però la fortuna girò e iniziai a lavorare da solo soprattutto alla costruzione di chiese

Piano piano però la fortuna girò e iniziai a lavorare da solo soprattutto alla costruzione di chiese, come quella del palazzo dell’università di Roma La Sapienza, dedicata a Sant’Ivo; poi la chiesa dedicata a San Carlo detta Carlino perché molto piccola; poi ancora la basilica di San Giovanni in Laterano e anche la chiesa di Sant’Agnese in Agone a piazza Navona.

Quest’ultimo lavoro mi rese molto fiero, perché praticamente strappai dalle mani il progetto a Bernini, che non andava molto d’accordo con il papa a differenza mia. Finalmente avevo trovato una persona, papa Innocenzo, che capiva il mio modo di creare, di modellare i materiali, di creare pieni e vuoti, di rendere ondulate le pareti per dare quel senso di movimento tanto caro all’arte barocca (immagino che Bernini vi abbia detto “Sono io il più grande artista baroccoooo!!!”).

Purtroppo però la fama, la gloria e la rivincita durarono poco

Purtroppo però la fama, la gloria e la rivincita durarono poco. Tornai presto nella mia solitudine, nella mia incomprensione e anche il lavoro cominciò a scarseggiare. Avevo spesso crisi di panico, non riuscivo a dormire, ero sconfortato e depresso. Poi un brutto giorno, non so ancora esattamente come sia successo, mi ritrovai solo nella mia stanza, con la mia stessa spada infilzata nel corpo… fu una morte lenta e dolorosa perché la ferita non fu subito fatale ma mi provocò spasmi per alcune ore. Suicidio dissero. Io non so cosa successe esattamente…

Lapide di Francesco Borromini

Non a caso mi definiscono il primo architetto dei giorni d’oggi

Sono comunque riuscito a pregare Dio di perdonarmi e a chiedere di essere sepolto accanto a mio zio Maderno, nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, dove ancora oggi a terra potete trovare la mia semplice lapide.

Cosa resta di me oggi? Credo che la mia architettura esprima bene la mia inquietudine di vivere e nello stesso tempo la mia voglia di essere avanti ai tempi: non a caso mi definiscono il primo architetto dei giorni d’oggi!

 

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