Pietro Cavallini è un artista la cui biografia resta per lo più sconosciuta: sappiamo infatti che nacque intorno al 1240 probabilmente a Roma. Ghiberti nei suoi Commentarii lo apostrofa come “dottissimo infra tutti gli altri maestri”, mentre Giorgio Vasari nel suo libro “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti” lo presenta come discepolo di Giotto. Assai difficile è quindi poter riconoscere con certezza tutte le opere da lui realizzate nella città di Roma. Quelle però a lui attribuite sono di assoluta bellezza e importanza. La sua straordinaria sensibilità artistica lo portò infatti a lavorare in significativi luoghi: a Trastevere in Santa Cecilia, in Santa Maria e in San Francesco a Ripa, oltre che in San Paolo fuori le mura, solo per citare i più celebri.

Santa Maria in Trastevere

I mosaici con scene della Vita della Vergine nell’abside della Basilica di Santa Maria in Trastevere, eseguiti nel 1291, mostrano già le qualità peculiari della sua arte: i tradizionali schemi iconografici bizantini sono segnati da un cromatismo, da una concezione dello spazio, da forme classicheggianti che rivelano uno studio profondo del passato artistico presente a Roma, fino a risalire al momento paleocristiano.

 

 

Santa Cecilia in Trastevere

Intorno al 1293 eseguì invece gli affreschi della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, dei quali resta oggi il grande frammento del Giudizio Universale sulla controfacciata. Qui, nella maggiore duttilità del mezzo tecnico, una grandezza nuova nella composizione, un modellato saldo, una pastosità cromatica, divengono espressione significativa del preumanesimo occidentale. Caratteristica essenziale nelle opere del Cavallini è infatti l’esaltazione del cromatismo: è attraverso il colore che l’artista definisce le immagini determinandone la forma e lo spazio. Ne derivano figure fortemente monumentali e plastiche, una definizione dello spazio e della composizione in cui è il colore a primeggiare.

 

 

Altre importanti esecuzioni

Per ragioni stilistiche sono da attribuire al Cavallini anche l’affresco sulla tomba di Matteo d’Acquasparta all’Aracoeli ed il rovinatissimo affresco absidale di San Giorgio in Velabro. Nel 1308 l’artista figura a servizio di Carlo d’Angiò e per questo attivo a Napoli. Rientrato a Roma, eseguì nel 1321 un mosaico per la facciata di San Paolo fuori le mura, di cui rimane un frammento con una testa di angelo; mentre andarono distrutti nell’incendio del 1823 che colpì la basilica i mosaici e gli affreschi che molto tempo prima (probabilmente intorno al 1270) aveva eseguito al suo interno.

 

San Giorgio al Velabro

San Giorgio al Velabro

 

La sua fu una produzione così interessante e numerosa da consacrare il Cavallini nella rosa degli artisti più celebri ed importanti del XIII secolo. Da decenni infatti fra gli storici dell’arte si è accesa una disputa sulla legittima attribuzione del merito del rinnovamento della lingua pittorica italiana, tradizionalmente assegnato a Giotto: che sia invece da conferire a Pietro Cavallini?

 

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