Continua la rassegna delle donne più potenti dell’Antica Roma: puoi scoprire tutte le altre nel nostro precedente articolo

 

Poppea Sabina (30 d.C. – 65 d.C.): la lussuriosa

All’apparenza mite e riservata, Poppea celava in realtà un carattere ambizioso e naturalmente portato alla dissolutezza. Tre mariti e due divorzi, divenne celebre per la bellezza e per il modo di vivere sfrontato. Tacito così la descriveva: “ha avuto ogni dote fuori che un animo onesto”. Quasi un giudizio standard, applicato spesso a tutte quelle donne forti ed indipendenti, che osavano sfidare un mondo in mano unicamente alla sfera maschile. Celebre nelle cronache dell’epoca il matrimonio con Nerone. Il giovane imperatore se ne innamorò perdutamente e la coppia venne presto adulata pubblicamente. Iniziarono a circolare voci di lussi e trasgressioni esagerate, stranezze di ogni genere vennero raccontate sul suo conto come per esempio che fosse solita fare un bel bagno, ogni giorno, nel latte di 500 asine per ammorbidire la candida pelle! Ma l’idillio finì ben presto: una notte scoppiò una lite violenta con il marito, che la colpì al ventre (lei aspettava un figlio!) uccidendola. L’imperatore straziato dal suo folle gesto decise di non cremare il corpo della donna ma di imbalsamarlo e profumarlo con essenze, come fosse la moglie di un faraone!

 

 

 

Locusta (Gallia – 69 d.C.): l’avvelenatrice

Donna di origine italica, fu l’avvelenatrice più potente della Roma del I secolo d.C. Le sue prestazioni furono infatti in grado di risolvere molti contrasti politici e familiari: tutto ciò le procurò immenso successo e ottimi guadagni, ma anche qualche guaio con la giustizia! I suoi clienti erano gli uomini e le donne più influenti dell’epoca. Agrippina Minore si rivolse a lei quando decise di far fuori Claudio (suo marito), chiedendole una pozione dall’effetto non immediato, ma neanche troppo lento.  Nerone invece le chiese una preparazione da utilizzare contro Britannico, avvelenato durante un banchetto. Nerone invece si rivolse a lei più volte: prima la salvò dalla giustizia (Svetonio dice “per lo servigio da lei ricevuto liberò da ogni pena e le donò amplissime possessioni”), poi si rivolse a lei per avere una pozione che uccidesse la madre, senza però riuscirci ed infine forse per il veleno da usare per se stesso. Episodio che sancì la fine del potere di Locusta: nel 69 d.C. venne condannata da Galba, il nuovo imperatore, perché accusata dell’uccisione di 400 persone e andò incontro a una terribile fine. E’ Apuleio a raccontarci la sua esecuzione: fu violentata pubblicamente  da una giraffa addestrata, per poi essere dilaniata dalle bestie feroci!

 

 

 

Giulia Domna (170 d.C. – 217 d.C.): la filosofa

Nata ad Emesa (attuale Homs) in Siria, era figlia del potente Giulio Bassiano, sacerdote del dio Sole Eliogabalo e membro di una potente casata reale dell’epoca. Qui nel 180 d.C. giunse il valido ufficiale romano, Settimio Severo, che scoprì attraverso gli astri che avrebbe sposato una fanciulla siriana, divenendo poi imperatore. Fu così che, rimasto vedovo mentre era in Gallia, ripensò alla profezia e chiese subito la mano di Giulia Domna. La coppia si sposò e vennero ben presto alla luce due figli, Lucio Settimio Bassiano (a tutti noto come Caracalla) e Publio Settimio Geta. Dopo aver ottenuto il titolo di Augusta, Giulia iniziò ad accumulare titoli tra cui quello di mater castrorum (“madre degli accampamenti”), voluto direttamente dal marito come ringraziamento per essergli sempre rimasta accanto anche mentre era in battaglia. Esercitò molta influenza sul marito, accontentandosi però di agire a margine della scena politica, nel pieno rispetto del costume romano. Fu ispiratrice e animatrice di un circolo culturale che prese il suo nome e che le valse l’appellativo di “filosofa”. Ma il peggio sarebbe di lì a poco arrivato. Il figlio Geta le morì tra le braccia, ucciso dal fratello. Caracalla salì così al potere, ricoprendo la madre di immensi onori, fu detta “Giulia Pia Felice, madre del nostro Augusto e dell’accampamento e del Senato e della Patria” e le furono affidati numerosi incarichi politici e di governo. Perse però anche il secondo figlio che morì in una congiura. Devastata dal dolore, ebbe un vero e proprio crollo psicologico e si lasciò morire mentre era ad Antiochia.

 

 

 

Elena (248 d.C. – 329 d.C.): la santa

Di famiglia plebea, Elena venne ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro (per poter contrarre matrimonio con una nobildonna), per ordine dell’imperatore Diocleziano. Quando il figlio Costantino, sconfiggendo il rivale Massenzio, divenne padrone assoluto dell’impero, Elena, il cui onore fu completamente riabilitato, ricevette il titolo più alto cui una donna potesse aspirare, quello di Augusta. Costantino la ricoprì inoltre di alta dignità, garantendole libero accesso al tesoro imperiale e facendo coniare delle monete con il suo nome e la sua effigie. Elena però disdegnò il lusso, preferendo vivere di preghiera, dando così una importante spinta alla diffusione del Cristianesimo, facendo inoltre costruire diverse chiese in città. In primis la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, realizzata all’interno del proprio palazzo e dedicata alla “Vera Croce”, quella su cui fu crocifisso Gesù, reliquia che potrò a Roma dopo il suo viaggio in Terra Santa. Morì a circa 80 anni, non si sa precisamente dove, ma venne sepolta nel suo mausoleo sulla Casilina (accanto oggi alla Chiesa dei Santi Marcellino e Pietro), all’interno di un sarcofago in prezioso porfido, custodito oggi nel Musei Vaticani. 

 

 

Galla Placidia (392 d.C. circa – 450 d.C.): l’imperatrice d’Occidente

Figlia dell’imperatore Teodosio I, visse una vita da film! Nel 410 d.C. i Visigoti entrano a Roma facendo razzia di beni preziosi e viveri e prendendo in ostaggio una prigioniera d’eccezione, la nobilissima Galla Placidia. Ataulfo, divenuto re di Visigoti dopo la morte di Alarico, si innamorò follemente di lei, come molti altri importanti pretendenti: i due si sposarono nel 414 d.C., ma poco dopo Ataulfo venne ucciso in una congiura. Dopo sette anni di prigionia, Galla Placidia venne liberata e tornò a Roma dove fu accolta in trionfo. Qui sposò un valoroso generale romano, Costanzo, dal quale ebbe una figlia, Giusta Grata, e un maschio, Valentiniano: un matrimonio politico con un generale sì coraggioso, ma rozzo e “bruttarello”. Alla sua morte, la donna riuscì a porre sul trono d’Occidente il figlio Valentiniano, che però all’epoca aveva solo 7 anni, divenendone quindi reggente. Così, dal 423 d.C. e fino alla morte, Galla Placidia diresse di fatto l’impero in un periodo terribile, tra guerre e invasioni, cercando di mettere un freno al disfacimento dello stato con la sua abilità diplomatica e la sua straordinaria capacità d’intrigo. Ultimo battito di potere per Roma: dopo la sua morte infatti, iniziò quella lenta decadenza dell’Impero che potrò prima al saccheggio di Roma da parte dei Vandali nel 455 d.C. e poi alla sua fine vera e propria.

 

 

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